23.4.15

Echi #21 | Le streghe, femmes entre elles

Jean-Marie Straub
Francia, Italia, 2009
20 minuti

Nel cuore virente di un bosco, Circe e Leucò posano immobili e statuarie intessendo una conversazione sull'uomo e la sua natura; animale, e divina. Ed è un eloquio dalla voluta imposizione teatrale che, come da formazione nel cinema di Straub e della moglie Danièle Huillet (con la quale lavorò fino al 2006, l'anno della sua scomparsa) nasce e si fonda da sempre su matrice letteraria, e che nel caso in questione corrisponde all'opera intitolata Dialoghi con Leucò (1947) di Cesare Pavese; poeta più volte rivisitato, come nel precedente Le genou d'Artemide (2008). 
"Mi interessa il peso delle parole", precisa il cineasta francese. E in effetti, qui le parole ipnotizzano; scorrono come melodia trascritta su un pentagramma, scandite in un tempo sospeso nel ventre di una natura estetizzante che la camera di Jean-Marie Straub immortala. Dapprima con rigorosità, riempendone uno spazio limitato, dipinto della figuratività scultorea di queste "streghe, signore fatali" per poi svelarne, attraverso una panoramica grandangolare (e operando così, in maniera analoga alla succitata opera del 2008), tutta la sua maestosità... Cinema da contemplare uditivamente, innanzitutto: qui

Circe: Noi ci chiamano le signore fatali, lo sai.

Leucò: Non sanno sorridere.

Circe: Sì. Qualcuno di loro sa ridere davanti al destino, sa ridere dopo, ma durante bisogna che faccia sul serio o che muoia.
Non sanno scherzare sulle cose divine, non sanno sentirsi recitare come noi.
La loro vita è così breve che non possono accettare di far cose già fatte o sapute.
Anche lui, l'Odisseo, il coraggioso, se gli dicevo una parola in questo senso, smetteva di capirmi e pensava a Penelope.


Leucò: Che noia.

Circe: Sì ma vedi, io lo capisco.
Con Penelope non doveva sorridere, con lei tutto, anche il pasto quotidiano, era serio e inedito potevano prepararsi alla morte.
Tu non sai quanto la morte li attiri.
Morire è sì un destino per loro, una ripetizione, una cosa saputa, ma s'illudono che cambi qualcosa.


Leucò: Perché allora non volle diventare un maiale?

Circe: Ah Leucò, non volle nemmeno diventare un dio, e sai quanto Calipso lo pregasse, quella sciocca.
Odisseo era così, né maiale né dio, un uomo solo, estremamente intelligente, e bravo davanti al destino.


Leucò: Dimmi, cara, ti è molto piaciuto con lui?

Circe: Penso una cosa, Leucò.
Nessuna di noi dee ha mai voluto farsi mortale, nessuna l'ha mai desiderato.
Eppure qui sarebbe il nuovo, che spezzerebbe la catena.


Leucò: Tu vorresti?

Circe: Che dici, Leucò ...
Odisseo non capiva perché sorridevo.
Non capiva sovente nemmeno che sorridevo.
Una volta credetti di avergli spiegato perché la bestia è più vicina a noialtri immortali che non l'uomo intelligente e coraggioso.
La bestia che mangia, che monta, e non ha memoria.
Lui mi rispose che in patria lo attendeva un cane, un povero cane che forse era morto, e mi disse il suo nome.
Capisci, Leucò, quel cane aveva un nome.


Leucò: Anche a noialtre danno un nome, gli uomini.

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