19.2.14

Antonioni e l'incomunicabilità #1: il silenzio

La Notte (Michelangelo Antonioni)
Italia, Francia, 1961
116 minuti

Con La Notte, il secondo segmento della cosiddetta "trilogia dell'incomunicabilità", Michelangelo Antonioni riprende, ed amplifica la sua poetica sul disagio esistenziale e l'alienazione dell'uomo moderno in una società conformista che tutto assimila ed annienta: sentimenti, aspirazioni, certezze, le vite stesse.
Il maestro ferrarese procede metodologicamente con il suo linguaggio cinematografico; innovativo, minimalista e minuziosamente architettonico (vedasi la metropoli urbana, con i suoi moderni caseggiati sempre incombenti, artefici della miniaturizzazione dell'uomo e del suo vagare, astratto, tra di essi e quel loro "gelido silenzio", già anticipatore del finale, forse, più memorabile di tutta la filmografia antonioniana: L'Eclisse), anche in quel geometrico posizionamento dei corpi, oltrechè illuministico per futuri cineasti e correnti. Un linguaggio che in questo film si fa oltremodo più cupo, come la notte del titolo, svelandoci le ventiquattrore di una coppia in chiara crisi coniugale dove solo all'alba di quel giorno dopo, nel parco della lussuosa villa di un industriale, con i prati ancora bagnati dalla pioggia scesa durante la notte (il lavaggio delle coscienze), potrà aprirsi sinceramente alle reciproche confessioni. Sentimenti inespressi, celati per troppo tempo sotto il velo dell'apatia, che esplodono in un'impulsiva ricerca dei corpi e in una tentata e sofferta ricostruzione della passione di allora, dell'amore, della vita stessa. E' un film, La Notte (come può esserlo qualsiasi, di Antonioni), per il quale ogni parola in più, spesa nel ricostruire in maniera tradizionale la sua linea sinottica, comporterebbe ad un affievolimento dell'opera, e della stessa poetica di Antonioni, sminuendola, perchè ogni suo singolo fotogramma, ogni dettagliato momento vanno cesellati, essendo meritevoli di una singola riflessione. Ecco dunque, che questo breve memorandum sull'opera in questione vale più che altro come un eco, come lo varrà, in futuro, una necessaria esplorazione estetica di quegli estatici dieci minuti finali di eclissiana memoria, dove la rarefazione della messa in scena e la massima edificazione di quell'incomunicabilità antonioniana che si estende ad "assenza universale", porteranno inevitabilmente ad uno dei silenzi più agghiaccianti mai visti sullo schermo. Ed è proprio riferendosi a questo silenzio imminente, generato dall'inutile e concitato eccesso di "rumore" della civiltà industrializzata, che piuttosto di concludere su La Notte, con la già nota frase che udiamo nel finale (la lettera che Jeanne Moreau legge a un sconcertato e immemore, Marcello Mastroianni), è senz'altro più consono farlo ricordando la voce di Monica Vitti in quella "poetica registrazione persa" che Mastroianni, alla fine, chiede di farle riascoltare...


- Dal salone oggi venivano i dialoghi di un film trasmesso alla televisione: "se fossi in te, Jim, non lo farei."

Dopo questa frase, c'è stato il guaito di un cane; lungo, sincero, perfetto nella sua parabola che si chiudeva nell'aria come, in un grande dolore.
Poi mi parve di sentire un aereo, invece era il mio silenzio, e io ne ero molto contenta.
Il parco è pieno di silenzio fatto di rumori.
Se appoggi un orecchio contro la corteccia di un albero e rimani così per un pò, alla fine senti un rumore.
Forse dipende da noi, ma io preferisco pensare che sia altro.
In quel silenzio ci sono stati dei colpi strani che disturbavano il paesaggio sonoro intorno a me.
Io non volevo dirlo, ho chiuso la finestra ma quelli continuavano, mi sembrava di impazzire.
Io non vorrei udire suoni inutili, vorrei poterli scegliere durante la giornata, così le voci, le parole.
Quante parole non vorrei ascoltare, ma non puoi sottrarti, non puoi fare altro che subirle, come subisci le onde del mare quando ti distendi a fare il morto.

- Me lo fai risentire? -

... Il silenzio.


17 commenti:

  1. Trilogia insuperabile, inoltre "L'eclisse" ha forse il finale più bello della storia del cinema. Questo "La notte", lo riguardo di tanto in tanto con immenso piacere - sta lì, assieme agli altri pilastri del calibro di Angelopoulos e Tarkovskij, cui si avvicina, IMHO, per le le modulazioni contemplative, anche se il minimalismo di fondo me lo fa accostare più vicino a un Bergman, per dire. Ottimo recupero, ViS!

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    1. Anche secondo me il finale de "L'Eclisse" è tra i migliori mai visti, insuperabile, almeno per questo stile di film. E concordo anche sull'accostamento più bergmaniano, perchè effettivamente Antonioni non è contemplativo (non ci sono piani sequenza estesi oltre il dovuto), ma è proprio minimalista, nella forma, oltre che nei contenuti, il che mi ricorda per certi versi anche il cinema di Tsai (eccetto alcuni filmoni come Stray Dogs)... A ogni modo grazie a te, perchè l'ho trovato nella cartella che mi hai passato :D

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    2. Ah, qualcosa di buono c'era, allora :P

      Comunque hai ragione sul fatto che Antonioni non sia prettamente contemplativo, però credo che tracce di certo cinema ci siano nei suoi film...

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    3. Altrochè, tanta roba :)
      Nei film di Antonioni delle tracce "cc" ci sono, sicuramente, ma penso che più che altro siano valse (e valgano tutt'ora) come ispirazione per molti autori che nei loro film ne hanno rafforzato il concetto. Per esempio, prendiamo qui la scena in cui Jeanne Moreau si avvicina a Monica Vitti, inquadrata di spalle, per salutarla; c'è quasi una simmetria dei corpi, uno di fronte all'altro, nella quale la figura della Moreau tende quasi a scomparire occultata da quella della Vitti. Scena parecchio simile a quella del bar in "Questa è la mia vita" di Godard, con Anna Karina inquadrata di spalle, che occulta quasi completamente la sagoma del suo interlocutore. A differenza di Antonioni però, Godard dilata di gran lunga il tempo, e i tempi, da un controcampo all'altro, trasformandola a tutti gli effetti in una sequenza contemplativa, a mio parere...

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    4. Totalmente d'accordo. Comunque credo soprattutto che tracce di cinema contemplativo siano presenti in "Deserto rosso", ma pure in questa trilogia (la scena che descrivi è eminentemente contemplativa!) e, appunto, credo che il maggior contributo dato da Antonioni a certo cinema sia vada ricercato, più che nella temporalità, nell'elemento spaziale e spazializzante - la spazializzazione e l'esplorazione dello spazio, etc. - su cui sovente il regista si concentra, fino all'apice di "Zabriskie Point", dove non c'è che spazio.

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    5. E' vero, la spazialità in Antonioni ha un importanza fondamentale. "Zabriski Point" dovrò riprenderlo per mano, perchè al momento l'unica cosa che ricordo, con piacere, è 'sta celebre sequenza dei corpi ammucchiati sul deserto, ripresa poi in maniera simile da Dumont, per TP. So che il film però, nel suo complesso non mi convinse, per questo voglio rivederlo. Per i miei gusti, il migliore visto finora resta "Deserto Rosso".

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    6. "Zabriskie Point", la prima volta che lo vidi, non convinse del tutto nemmeno a me, ma a furia di rivederlo dire che mi ha convinto è dire poco: questo ritorno alla terra e, appunto, l'elemento spaziale, oltre ai brandelli di capitalismo nel finale e alla colonna sonora, ne fanno, secondo me, un gran film.

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    7. Se mi dici così, sarà obbligatorio rispolverarlo dall'archivio, vediamo se pure io ne avrò un'impressione diversa ;)

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    8. Scusate se mi intrometto ma quello che dicevate e che mi permetto di riesumare ha attirato la mia attenzione. :)
      Ho scoperto Antonioni da relativamente poco tempo e il primo film che ho visto (Deserto Rosso) oltre ad avermi totalmente stregata mi ha fatto pensare subito al cinema che ho scoperto grazie a Yorick, tant'è che andai a cercare qualche traccia di Antonioni nella vastità del suo blog ma non trovai niente. Adesso trovo questa tua recensione, e questo blog che è un altro spazio meraviglioso, complimenti davvero anche a te. Lo sto esplorando lentamente, Antonioni, lascio che ogni film si sedimenti dentro di me prima di vederne un altro, proprio perché ho sentito da subito anch'io quell'esigenza di cui parli: ogni fotogramma e ogni dettaglio va cesellato e introiettato, appunto. Poi ogni volta è un'esperienza che mi paralizza come credo solo i film di Bergman facciano, fino ad ora, anch'io ci ho visto dei punti di contatto. "Zabriskie point", quando l'ho visto ho cominciato ad amarlo anch'io a partire dalla scena d'amore infinita in quella valle sterminata, qualcosa di indescrivibile (e poi sì, quella colonna sonora! ** Mi ha fatto venire nostalgia di tempi mai vissuti). La visione di questa trilogia, seppure ancora zoppa (mi manca "L'eclisse"), fino ad ora mi ha fatto gelare il sangue, ieri sera alla fine de "La notte" ero mesmerizzata, e come Marcello Mastroianni, ho voluto rivedere quella scena 3-4 volte, bellissima la tua riflessione sul silenzio.. poi quel finale, e quella scritta "Fine" che appare e si gonfia sullo schermo.. è davvero un colpo allo stomaco che ti lascia il magone.

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    9. Ciao, innanzitutto ti ringrazio vivamente per questo tuo sentito intervento e le riflessioni sull'operato di un autore importantissimo qual'è stato Antonioni che, fa oltremodo piacere constatare, ci trova perfettamente concordi, specialmente sull'iniziale approccio al suo cinema. Fai bene a "esplorarlo lentamente", la stessa cosa l'ho fatta pure io (e continuo tuttora) nel corso degli ultimi anni, tanto che alcuni lavori meno conosciuti mancano ancora all'appello. Il fatto è che, come giustamente scrivi, con Antonioni ci troviamo di fronte a una cinematografia così particolare da restarne attratti come un magnete, e quindi, al momento in cui ti avvicini a un suo qualsiasi film ne resti talmente catturato che è difficile poi, passare semplicemente a un altro. Cresce prepotentemente la voglia di approfondire su quello, di cesellarlo minuziosamente, e in rofondità, frame dopo frame, per l'appunto...
      Ovviamente grazie anche per il seguito al blog :)
      Un saluto!

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    10. Totalmente d'accordo. Per il seguito figurati, quando scopro blog interessanti è un dovere. A presto. :)

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  2. Anch'io avevo in mente di rigettarmi su Antonioni in questi giorni... Ho quel Dvd del Deserto Rosso che mi aspetta... Cerco di non bruciarmeli tutti velocemente. Questo "la notte" è immenso.Assieme a L'Eclisse davvero inarrivabile... Entrambi con finali splendidi. Davvero non saprei quale preferire... Forse dipende dal momento, dallo stato d'animo. Però che regista Antonioni, che Regista! È vero, sono già stata spese parole e parole sui suoi film, ma secondo me è un dovere continuare a parlarne!!

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    1. Uhh! Deserto Rosso, al momento è il film di Antonioni che ho preferito, sparatelo il prima possibile, non potrà che entusiasmarti! L'Eclisse devo rivederlo, forse è ancora migliore di questo e ne scriverò sicuramente, se non altro per continuare con la seconda parte di questo post sull'incomunicabilità, ovviamente mi concentrerò sul finale: inarrivabile, indimenticabile, nonchè dannatamente inquietante, quello è certo.

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  3. Il mio preferito della trilogia, anche più dell'Eclisse. Grandioso. Poi, come ha fotografato Milano in quegli anni, nessuno come lui.

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    1. Difficile valutare tra i due, diciamo che personalmente, forse, "L'Eclisse" è un gradino sopra ma di certo quel finale immenso gioca a suo favore. Milano, fotografata in maniera così suggestiva, finora l'ho vista solamente su un altro film di qualche anno più tardi: "I Cannibali" di Liliana Cavani, ne avevo anche scritto.

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  4. Film eccezionale, anche per me "La notte" è forse il preferito, ma tutti i tre film restano indimenticabili. Da segnalare la musica, con il Jazz di Giorgio Gaslini...

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    1. Concordo Christian, trilogia indimenticabile e illuminante, soprattutto. Forse ho preferito (di poco) "L'Eclisse", ma la conferma potrà avvenire solo dopo una revisione di tutti e tre i film. Sulla musica invece non posso esprimermi, non essendo un amante del jazz, mi spiace ;)

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