15.1.14

Brownian Movement

Nanouk Leopold
Olanda, Germania, Belgio, 2010
97 minuti

Charlotte è all'apparenza una donna come molte altre, brillantemente realizzata nella carriera e negli affetti; è medico, è sposata con l'architetto Max e ha un figlio. Nell'ospedale di Bruxelles svolge la sua attività con costante dedizione, nutrendo però un'attenzione insolita verso una determinata schiera di pazienti di sesso maschile; persone fisicamente poco attraenti che vengono accuratamente selezionate per dei torbidi incontri sessuali, adempiuti poi tra le mura di un appartamento, da lei preso in affitto...
Dopo due lungometraggi non proprio convincenti (Guernsey, 2005 / Wolfsbergen, 2007) Nanouk Leopold (classe 1968), una delle autrici più minimaliste della nuova cinematografia europea, dirige con un rigore formale da brividi quella che il sottoscritto considera, al momento, la sua prova migliore (l'ultimo Boven is het Still si difende comunque bene, e non delude per nulla le aspettative). Suddiviso in tre capitoli (che si potrebbero interpretare come: crollo / elaborazione / ricostruzione) e concepito partendo da un'idea curiosa, Brownian Movement (Moto Browniano) prende il nome da quell'inspiegabile movimento irregolare a sciame, scoperto dal botanico britannico Robert Brown, che si forma tramite la collisione di particelle invisibili presenti in un liquido, o in un gas. La regista di Rotterdam trae ispirazione da questo fenomeno per rappresentare il disordine interiore della protagonista; una donna (interpretata da un'insueta Sandra Huller), le cui turbe psicosessuali avrebbero sicuramente contribuito ad arricchire la lista delle cosiddette "parafilie non altrimenti specificate" (1) elencate nel dossier nocturniano eros perversion. La parafilia di Charlotte, si manifesta nell'inesplicabile attrazione verso quei corpi, la cui estetica esula dal classico concetto di bellezza; di regolarità: corpi eccessivamente villosi, obesi, tremuli e in decadenza senile. Dal contatto fisico con questi individui, Charlotte trae un appagamento sessuale totalmente dissimile, da quello comunque provato nei consueti rapporti con Max, costruendosi una sorta di realtà altra che incede pericolosamente parallela a quella famigliare. Un'area protetta, strettamente personale e minuziosamente plasmata a difesa degli stimoli più inconfessabili, che viene improvvisamente infranta dall'irruzione involontaria del tipico elemento estraneo (l'incontro imprevisto con uno dei pazienti/partner di Charlotte, presso un cantiere edile coordinato dal marito). Un avvenimento talmente traumatico da generare un collasso psicologico e l'inevitabile (forse insanabile) punto di rottura nella relazione di coppia. Da qui, la necessità di una ricostruzione, sia del rapporto coniugale, che di quello spazio privato andato perso; il film quindi prosegue sui binari di una lunga elaborazione dell'accaduto, senza tuttavia condurre a risposte chiarificatrici alla domande del, perchè ("penso che non dovrei dirlo, non dovrei dirlo a nessuno"), se non quella sulla "sensazione completamente diversa" provata dalla donna nella sua intimità.


Da questo appiglio, la regista ne approfitta per insinuare il dubbio (e non solo nostro) sul reale affrancamento di Charlotte, dirigendo il film verso un epilogo elusivo. Seguendo quindi una filosofia tutta dumontiana, preferisce erigere anzitutto l'ambiente, e lo spazio, a rappresentazione dell'interiorità della protagonista, attraverso una (ri)costruzione (non solo formale) prosciugata fino al midollo (2). L'assenza che domina gli spazi vuoti, cementizi, simboleggia quell'incomunicabilità che si è venuta a creare e che emerge percettiva (complice anche all'impeccabile interazione con le ipnotiche sonorità composte da Harry de Wit, perfette nel riflettere quel senso di "movimento irregolare" a concetto dell'opera) durante la contemplazione della coppia nella camera che fu origine del danno. Brownian Movement, si fa quindi cinema architettonico e intimista; sospeso nel continuo peregrinare di Charlotte alla ricerca di luoghi desolati dove poter abbandonarsi in solitudine all'ineluttabile riaffiorare dei ricordi (qui). La sua esplorazione (quasi un'ossessione, che risuona come un campanello d'allarme) tra le impalcature degli edifici ancora in costruzione, in quell'India che diventa l'occasione (il viaggio per lavoro di Max) per un tentato riassesto di quelle "particelle browniane", è lo specchio nostalgico dell'asetticità dell'ambiente ospedaliero, dell'essenzialità di quell'appartamento. Luoghi che si ricompongono nei pensieri inespressi di Charlotte e che erano il motore necessario alle sue pulsioni più recondite. Luoghi che ora, lei ricerca persistentemente attraverso questi nuovi spazi edificabili; territori fertili, per riplasmare le sensazioni del passato.

(1) Il giardino delle delizie: il "perverso polimorfo" e il cinema - di Davide Pulici (nocturno dossier n°49: eros perversion)       

(2) "Per me le location sono la parte più importante del film. Non avrei potuto fare il film se non avessi avuto la stanza giusta per la scena iniziale, ho cercato di creare le emozioni attraverso un certo ambiente, potrebbe sembrare strano ma il volto è l’ultima cosa che vorrei usare per creare emozione... All’inizio, avevo scritto più dialoghi ma ne ho cancellati molti durante le riprese. Abbiamo scoperto che c’erano molte cose superflue." - Nanouk Leopold


5 commenti:

  1. Boia, non dovevo leggere questa recensione, ora mi sono bloccato con la mia >.<

    A parte questo, ricordo che me ne parlasti, di questo BM, e come sai della Leopold ho visto solamente BIHS, che mi ha convinto solamente a una seconda visione, dopo tra l'altro che mi confrontai a riguardo con te (a proposito, solo io c'ho ravvisato echi di un certo Dumala?). Questo ce l'ho lì fermo, e onestamente un po' mi spaventava, ma se mi parli (così, come niente fosse) di Dumont, di cinema architettonico e di "emancipazione intimista" (per così dire), il tutto in una recensione che, a mio avviso, è da incorniciare (e non solo perché scardina le mie insicurezze riguardo la pellicola, sia chiaro), non posso che dargli una certa priorità tra le visioni ancora in sospeso.

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    1. Riguardo a "Boven is het Still" hai perfettamente ragione, pure io ho trovato che rieccheggiasse in qualche modo "Las", se non altro per quel stretto legame figlio/padre/morte e sono sicuro che l'ultimo Leopold, quando lo rivedrò lo apprezzerò ancora più della prima volta. Lo stesso è accaduto per BM che a questa seconda visione mi ha entusiasmato come pochi altri. Credimi Yorick, guardatelo senza alcun timore perchè in certi momenti raggiunge un tale connubio "minimalismo/sensorialità" per il quale azzarderei a tirare in ballo anche Grandrieux, va! Chissà che ora la lingua ti arrivi a terra :p

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  2. Per la miseria, sembra proprio un filmone! Leggendo quel che hai scritto sulla storia, all'inizio mi pareva un film un po' sul genere di Ulrich Seidl, ma tu citi Dumont (a proposito, ha cambiato "avatar". E' lui?), Grandrieux e, conseguentemente, la mia idea che fosse un film con decise virate sul grottesco va a farsi friggere.

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    1. Per nulla grottesco, bombus. Qui siamo lontani da Seidl anzi, rimanendo in zona direi che emerge piuttosto una certa "freddezza" hanekiana. Nel complesso è comunque un film decisamente sensoriale, oltre che pregno di un minimalismo estremo, visto questa interazione con l'ambiente che in forma seppur diversa, mi ha ricordato un pò "The Exchange".
      Nell'avatar c'è lui, si: Brunone ;)

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