3.7.16

Évolution

Lucile Hadžihalilovic
Francia, Belgio, Spagna, 2015
81 minuti

In un remoto villaggio dell'isola di Lanzarote, Nicolas, undici anni, vive con la madre assieme ad altri bambini (all'incirca della stessa età) accuditi da un gruppo di sole donne, tutte dall'aspetto androgino e molto simili tra loro.
La quotidianità di Nicolas è scandita da un rigore istruttorio alquanto anomalo (il solo nutrimento con un impasto di alghe marine; quattro gocce di un farmaco non meglio specificato da ingerire prima di coricarsi, e non dopo che il sole sia tramontato) che fa percepire immediatamente una sensazione di inquietante isolamento, nonostante la sontuosa bellezza del paesaggio marittimo che circonda il piccolo gruppo di case in pietra bianca. Finchè un giorno, dopo il ritrovamento di una stella marina, il giovane viene accompagnato nei meandri di un fatiscente ospedale in riva all'oceano, dove scopriremo che i bambini del villaggio vengono sottoposti a misteriosi trattamenti chirurgici...
Cinema androgino, ravvolto a metà strada tra horror e mistery che, specie nell'aspetto scenografico, attinge dagli stilemi di un sottogenere (isole/ospedali/esperimenti) parecchio in voga tra gli anni Sessanta/Settanta(1). Alla sua seconda, eccellente prova nel lungometraggio dopo un decennio dal fiabesco Innocence (2004), Lucile Hadžihalilovic riconferma la propria inclinazione per un universo onirico e surreale, che continua ad alimentarsi di ossessioni personali legate all'infanzia(2). Come nel film precedente, infatti, l'infanzia violata è alla radice di Évolution. Con un'idea alla base di notevole ingegno, ci troviamo per la seconda volta dinnanzi ad una comunità (una sorta di congregazione matriarcale) isolata dal resto del mondo (cinta in luoghi il cui fascino incantatorio cela immancabilmente torbidi segreti), che in qualmodo cerca di salvaguardare la propria "specie" a discapito dell'illibatezza infantile. Se già in Innocence, il ruolo maschile veniva relegato ai soli minuti conclusivi, qui, nonostante la sua presenza attraverso la figura dei bambini, viene concettualmente capovolto, se non disintegrato in maniera ancor più radicale e contorta, dove oltremodo emerge un'insospettabile dedizione della regista ai mutamenti del corpo e della carne. A tale considerazione, gli interventi compiuti nell'oscura struttura ospedaliera che mirano all'ingravidamento degli innocenti (tramite la perfusione di un embrione nell'addome, successivamente asportato non appena assunta una conformità fetale) per sostentare alla continua evoluzione delle loro "madri" (nell'immaginario, stelle marine che nel tempo hanno subito una mutazione genetica fino a diventare donne capaci di autogenerarsi), divengono il mezzo visivo scatenante le ossessive fantasie della Hadžihalilovic,  portando a farci ipotizzare così un futuro distopico nel quale, il genere femminile, possa altresì finire per assumere il dominio più completo sulla civiltà. I riferimenti all'opera precedente (ma non solo, la regista pare dilettarsi in citazionismi orrorifici che transitano da Henenlotter e Cronenberg - le placche a ventosa che ricoprono la schiena delle matriarche - al Brian Yuzna di Society - il cerimoniale orgiastico notturno nonchè, in relazione, all'argentiano Suspiria: la congrega che si riunisce di notte) sono oltremodo molti, come un epilogo, a conti fatti, favorevole alla continuazione della specie umana attraverso il suo naturale status.


Ma l'aspetto sicuramente più interessante risiede nelle premonizioni oniriche di Nicolas, e nel rapporto che costui instaura con una giovane infermiera (alla quale attribuirà il nome di Stella), dal momento in cui le confiderà i propri segreti; presagi di un futuro altrove e di un mondo finora conosciuto solo nella propria mente, che prendono assiduamente forma attraverso i disegni riportati su un taccuino. La complicità che entra in gioco tra i due finisce per identificarsi con quella linea d'orizzonte metaforico che separa due mondi e due realtà, distanti ma parallele; da un lato, l'acqua e le innumerevoli simbologie ad essa legate, che trasudano ad ogni inquadratura (come quell'alternarsi onirico/pittorico che oscilla tra il livello del mare e il liquido amniotico), l'immensità di un oceano dal quale Nicolas vorrebbe trepidamente separarsi perchè, in cuor suo, è consapevole di non appartenere, e che al contrario, per Stella rappresenta la propria imprescindibile Natura (la maestosa sequenza dell'unione tra i due nelle profondità marine, raffigura al contempo un altissimo momento di congiunzione sinfonica, grazie ai "paesaggi sonori" di How Acla Disappeared from Earth dei Cyclobe - potete ascoltarla qui). Dall'altro, la terra lontana sognata da Nicolas (l'approdo alla libertà - il sogno che si concretizza), che per Stella rappresenta quell'invisibile ignoto dalla quale, in parte, è attratta. Tant'è che proprio nella giovane donna, possiamo in definitiva riconoscere l'elemento salvifico (non è un caso, che sia proprio lei a medicare la mano ferita di Nicolas, a pochi minuti dall'inizio del film: "tu sei un bambino buono", gli sussurra), nonostante le sue pupille simulino le buie profondità oceaniche, il suo animo ha compreso: ogni essere vivente, necessita del proprio habitat. Ecco dunque, che trasportato dalle onde di un mare placido durante la notte, Nicolas, ora può osservare con gli occhi della realtà visibile, quel mondo di luci che aveva sempre sognato.

(1) La regista ha dichiarato d'aver attinto per alcuni elementi del film alla propria infanzia, come i paesaggi aridi e la struttura ospedaliera, in stile anni ‘60

(2) "È una storia molto autobiografica. Per esempio, quando avevo 10 anni, andai in ospedale per la prima volta per una banale appendicite, niente di drammatico o anormale. Ma era la prima volta, da bambina, che entravo in un posto dove un adulto sconosciuto avrebbe toccato il mio corpo. E non solo: avrebbe aperto il mio corpo. Quello fù un evento molto potente della mia infanzia. Quindi credo che la base di questa storia parta da lì, da questo sviluppo della paura ".  - Lucile Hadžihalilovic

2 commenti:

  1. Kudos alla grande Lucile Hadžihalilovic! Allora, io leggo nel film creature marine/madrine che per procreare usano il parassitismo e inoltre non possono immaginare perche’ a livello biologico hanno solo una coscienza senso-motoria. La specie umana non solo immagina ma ha anche immagini memoria orientate verso il futuro. i disegni del bambino sono immagini sogno che affiorano ha occhi aperti. Le scene interne acquatiche hanno la sensazione di un sogno. Molto bello il contrasto tra fuori a dentro. La luce e la colorazione dei verdi quasi pittorici. Mi piacque molto Innocence che l’ho trovatai una formula molto geometrica e ciclica con qualche linee di fuga. “il genere femminile, possa altresì finire per assumere il dominio più completo sulla civiltà” non riesco a leggere questa tua interpretazione, ha un sentore binario, per me questo film e’ piu’ centrato verso una affermazione transpecie (questa mia ultima frase mi sembra una cazzata). Grazie per la review del film.
    AW

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    1. Le tue post-analisi/riflessioni sono sempre un valore aggiunto, e cosa gradita.
      Quindi, grazie a te AW !
      Ciao

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