10.10.13

La Belle Bête

Karim Hussain
Canada, 2006
110 minuti


Quei pochi che hanno avuto modo (e coraggio, soprattutto), nel corso degli anni, di accostarsi al visionario cinema di Karim Hussain (classe 1974), avranno di certo compreso dell'importanza che l'onirico ha nei lavori del canadese, il suo affidarsi ai sogni/incubi personali per poi concretizzarli senza limitazioni (e forzature) dietro la cinepresa; disturbare (indubbiamente, se pensiamo a quell'esordio iconoclastico qual'è Subconscious Cruelty, 1999), ma con un'eleganza inecceppibile che lo diversifica all'istante dalla canonicità di un sottogenere (il gore) che mai come in quel periodo si rigenerava di eccessi provocatori e granguignoleschi, attraverso le pellicole (soprattutto provenienti dalla Germania) di autori quali Schnaas, Bethmann e ai quali, il nome di Hussain veniva spesso, ma a torto affiancato.
Dunque, un cinema fondamentalmente surrealista il suo, fino ad oggi, o meglio, fino a questo La Belle Bête, psicodramma famigliare basato sull'ononimo romanzo (1959) di Marie-Claire Blais, in cui il subconscio genera "mostri", perchè il percorso evolutivo di Hussain si è formato fin troppo rapidamente. Se pensiamo che alla sola età di 25 anni esordisce con un "horror" che ne disintegra di colpo il concetto puristico, tanto da farlo approdare inevitabilmente in festival e circuiti d'autore e che tre anni dopo, con l'apicale Ascension, osserverà dall'alto le macerie dell'umanità (per chi scrive, il suo capolavoro), sinceramente questa terza prova delude un pò le attese. Certo, aspettarsi che potesse trascendere da quell'ultimo piano/attico (dimensione metafisica di un mondo oscurato dalla cecità, causa l'assenza di Dio - Dio è morto, in Ascension) dove si concludeva il film era alquanto improbabile, ma almeno, che ci fosse stato un minimo di continuità nel proseguire con la stessa forza visionaria e con la stessa originalità delle opere precedenti. Purtroppo no, con La Belle Bête, Hussain sembra iniziare a discendere la cima, incamminandosi verso un pendio che attiva un campanello d'allarme, in quanto, l'impressione finale è quella di trovarsi di fronte a un prodotto ibrido, in parte concepito per uniformarsi ai deleteri crismi imposti dalle grosse majors (qui, un'interessante discorso a riguardo) facendo sorgere il timore che il regista, possa in qualche modo aver già posato "l'ultimo mattone" con la costruzione di Ascension. Sia chiaro, La Belle Bête resta comunque un film più che accettabile, se non altro per una certa consistenza visionaria che, nonostante dimori più sottotono rispetto al passato, lascia comunque i suoi indelebili segni (la scena del parto -  le apparizioni squisitamente surrealiste), ma la surrealtà cosmogonica si circoscrive qui, alla surrealtà terrena e Hussain, sembra ora intenzionato ad esplorare le psicosi della mente, instaurandosi all'interno dell'ennesimo nucleo famigliare, pericolosamente disfunzionale: madre (una conturbante Carole Laure, straordinariamente scongelata dalla "comune surrealista" di Dusan Makavejev - Sweet Movie, 1974) e figli. Tutti genuinamente uniti dal germe di una follia in cui si sfiorano incesto, gravidanze premeditate, misteriose malattie che forano l'epidermide, gelosie, rancori deleteri. E il rancore, sembra l'unico appiglio per poter in qualche modo cercare di penetrare, per quanto possibile, il film di Hussain nella sua semantica (il radicato odio della figlia - la bestia - nei confronti di una madre - la bellezza - che l'ha sempre ripudiata riversando, al contrario, un'attenzione morbosa verso il figlio maschio - la bellezza deturpata). Ecco quindi che "la bestia" scaturisce dall'inconscio e si manifesta;  la bestia è lo svelamento del nostro lato più oscuro e malvagio, pronto quindi a prevalere, a dominarci. A conti fatti però, La Belle Bête resta sostanzialmente un film che vive di detrazioni, un ricettacolo di esperienze passate dove ad ogni tappa, Hussain ha immancabilmente ridotto qualcosa; dagli eccessi allucinati di Subconsciuos Cruelty, al minimalismo metafisico di Ascension. Il risultato questa volta è controproducente, perchè oltre a constatare amaramente la regressione di una propria stigma autoriale, si pone come un cinema, atto ad alimentare ulteriormente il conformismo del cinema stesso. Oltremodo, risiede comunque la speranza che La Belle Bête possa considerarsi come un passo falso nella carriera di Hussain e fortunatamente, almeno le penetranti sonorità dell'immancabile musicista David Kristian, non hanno perso la loro efficacia.

4 commenti:

  1. Finalmente leggo qualcosa che non ti ha garbato fino in fondo! E che, però, rimane comunque qualcosa che pare valer la pena di vedere. Mi sono segnato il suo "Ascension", ma probabilmente vedrò prima quest'altro, specie per quella frase là, "subconscio genera mostri", che non mi trova del tutto d'accordo (anzi credo che sia la triangolazione edipica a generare mostri, ma, appunto, lascio la discussione a posteriori della visione del film) ma che potrebbe essere interessante se intercalata nel piano diegetico del film stesso. Sul discorso (grazie per la citazione!) sul conformismo cinematografico, ormai, credo sia ormai nota la mia opinione, a fa piacere saperti affine anche in questo: purtroppo, è sempre triste, almeno da come ne parli, vedere un genio, un innovatore, un "borderliner" regredire la "propria stigma autoriale" e colle proprie pellicole "alimentare ulteriormente il conformismo del cinema stesso", specie se, appunto, agli esordi pareva fratturale e tellurico.

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    1. Infatti, ho approfittato di questo dopo il tuo invito a scrivere su qualcosa che non avessi apprezzato. Ma questo, è pur sempre un film che merita una visione, quindi, qualcosa di cui ho sentito lo stesso la necessità di segnalare, anche perchè su Hussain, era comunque tempo che volevo buttarne giù due righe. Penso che difficilmente però, possa scrivere di qualcosa che ho totalmente disprezzato, poi, che la maniera di vedere, apprezzare e comprendere un film sia giustamente soggettiva è chiaro, ma possibilmente il mio scopo per questo blog, è quello di consigliare e non il contrario. Guarda, magari "il subconscio genera mostri" non l'ho espresso correttamente, ma da quel poco che son riuscito a interpretare, l'impressione è quella: dal triangolo edipico, c'è per forza di cose un elemento che funge da disintegratore e che alla fine sovrastra e secondo me è la figlia... Ma aspetto che tu lo veda, così se ho espresso o interpretato in modo sbagliato, sarò felicissimo di farmi correggere da te ;)
      "Ascension", è uno degli horror più atipici che mi sia capitato di vedere, praticamente non è nemmeno horror. E' un film incatalogabile secondo me; minimalista, contemplativo, destabilizzante, musicato straordinariamente... strano, ma proprio per questo, cinema necessario!

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    2. Be', immagino bene che non recensirai mai "American pie", a meno che tu non faccia una disamia sociologia, ma allora ti odierei più per la sociologia che per il film in sé. Comunque, lo scopo di un blog, lo condivido in pieno, anche se sai che per me, ormai, è diventata anche questione di delinearsi come blog, di ricercare tra i classici, o ritenuti tali, e parlare (anche) di quelli, magari sconsigliandoli e sputtanandosi.Per quanto riguarda la triangolazione edipica, capisco che possa essere così, il problema, per me, è a monte, e cioè la triangolazione edipica stessa: Freud scopre il subconscio e la sua potenza, e lo limita con l'Edipo... il che per me, onestamente, è qualcosa di furbo, fazioso ed erroneo.

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    3. Uhmm, è sicuramente una questione interessante e sono certo, che quando vedrai il film riuscirai a centrarlo senza dubbio meglio di me. E ti ripeto, sarò felicissimo di leggerti, soprattutto per poter trovare chiarimenti su questo ambiguo rapporto.

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