6.6.15

Echolot (Sonar)

Athanasios Karanikolas
Germania, 2013
78 minuti


Un gruppo di giovani berlinesi si riunisce per trascorrere un fine settimana in un casolare di campagna. Uno stacco dall'ordinario, una rimpatriata che in realtà funge da insolita commemorazione funebre; la (ri)elaborazione di un lutto che fa sentire ancora il suo peso, un anno dopo la scomparsa del loro amico Franz, morto suicida in circostanze ancora poco chiare...
L'impressione che scaturisce di fronte alle prime inquadrature di Echolot, è la stessa che il sottoscritto può, mediamente, avvertire nell'assistere a un mumblecore qualsiasi (movimento indie-americano del quale mi è capitato di vedere alcune cose, pessime, come Alexander the Last di Swanberg, o The Unspeakable Act di Sallit, ad esempio) il che, equivale ad una sensazione di tedio tale, che la voglia di stroncare la visione dopo quindici minuti è stata veramente forte. Fortunatamente però, impressione ingannevole, perchè a volte basta davvero una sola sequenza (la carica espressiva rappresentata da un volto reclinato nella penombra, immortalato per alcuni minuti) per capovolgere la prospettiva di accostamento, e instaurare così un'attrattiva crescente che finisce per protrarsi fino ai titoli di coda. Se da un lato, in effetti, è possibile cogliere nel penultimo lungometraggio del documentarista greco Karanikolas, un'iniziale tendenza a seguire le orme lasciate dal succitato genere/stile, dall'altro, è altresì palese che col procedere dei minuti il film ne prende addebitamente le distanze (acquisendo anche una certa aura di torbidume) per focalizzarsi con maggior interesse, piuttosto, sulla contemplazione del corpo e sull'esplorazione di un'umanità inquieta che, almeno statuariamente, riporta all'iconografia bartasiana di Namai (ma ampliando la veduta, per concetto, si potrebbe pensare anche al metafisico Noche di Brzezicki); pressochè simile in tutto, a partire dall'ambientazione isolata che diviene, per forza di cose, location ideale per l'esternazione di sentimenti e ricordi a lungo conservati. Sia chiaro, qualitativamente parlando, un confronto con il capolavoro di Bartas è certamente indebito, ma Echolot, è comunque un film che si lascia guardare volentieri; attenendosi ai basilari canoni della sua categoria, procede per appropriata sottrazione rinunciando, strutturalmente, a qualsiasi intreccio evolutivo al di là della lineare osservazione del persistente vuoto interiore (inizialmente dissimulato dall'esubero di sesso, musica e danze ai limiti del baccanale) all'interno di un gruppo, generato dalla perdita/assenza di un elemento consolidato come l'amico che ne faceva parte. Bensì, per quanto i singoli pensieri sul defunto possano differenziarsi, durante le individuali confessioni dei membri del gruppo che, a turno, li esteriorizzano (in stile documentaristico) di fronte alla cinepresa di Karanikolas, costui sembra poco interessato all'approfondimento individuale, alla singola introspezione del personaggio, preferendo, all'opposto, monitorare la collettività nel suo insieme, dall'esterno/da distante, lasciando così libero spazio ad un gioco d'improvvisazione, a una voluta destrutturazione del classico concetto di copione. E allo stesso modo nel quale i giovani mascherano i reali perturbamenti d'animo sotto quell'introduttivo paravento goliardico, il regista gioca di mimetismo e, come un velo riposto ai lati dell'occhio, offusca l'integra visione scrutando costantemente con l'obiettivo celato dietro le piante; dietro i teli che avvolgono la vecchia mobilia. A tergo della natura stessa, che al sorgere delle prime luci del giorno, finisce per placentare in sè il risveglio dei corpi: presenze crepuscolari dall'avanzata caduca (l'epilogo, che opinabilmente, riflette sconcertanti spiragli di romeriana memoria) o, semplicemente vaganti e pronte a disperdersi negli spazi rurali, metaforici di quell'assenza (perdita) interiore che, né l'unione di gruppo, né tantomeno il tempo, sono ancora riusciti a colmare.

Nessun commento:

Posta un commento