24.1.15

Plemya (The Tribe)

Miroslav Slaboshpitsky
Ucraina, 2014
132 minuti


Tra le mura di un istituto speciale per ragazzi sordomuti si cela una vera e propria organizzazione criminale dedita a traffici di droga, sopprusi e prostituzione. Il nuovo arrivato Sergey, trova ben presto una collocazione all'interno del gruppo, riuscendo a conquistarsi un certo grado (per sua salvaguardia personale) all'interno della gerarchia costituita. Sembra funzionare, perlomeno finchè Sergey non commette l'errore d'infatuarsi di Anna, una delle due ragazze spinte a prostituirsi e che ora, prossima al trasferimento per un'Italia carica d'illusioni, scopre di essere in stato interessante...
Perso inizialmente a Locarno, ma fortunatamente recuperato tra la programmazione del 26° Trieste Film Festival. All'interno del circuito festivaliero, Plemya è stato certamente uno dei film più discussi dell'anno appena trascorso, guadagnandosi inoltre una debita manciata di premi tra cui la vittoria ex-aequo con il messicano Navajazo all'ultimo MFF. E il draconiano esordio al lungometraggio dell'ucraino Myroslav Slaboshpytskiy, è in effetti un film che colpisce duramente e in maniera profonda, perchè penetra con lucida freddezza nelle realtà di un sociale problematico quali il traffico della prostituzione proveniente dall'est-europa o il dilagante fenomeno del bullismo e della microcriminalità, con la stessa inflessibilità di quella camera prevalentemente statica che ci costringe ad osservare "l'atto del reale" (penso alla sequenza probabilmente più insostenibile, quella dell'aborto clandestino) per il suo intero prodigarsi, e alla quale è impossibile sfuggire. A nulla infatti servirebbe distogliere lo sguardo, poichè non è nell'implacabilità di quanto ci viene mostrato (più o meno) in determinate scene, che Plemya genera il maggior disturbo, ma proprio nel soffocante e perdurabile silenzio vocale che lo avvolge per i suoi centotrenta minuti di durata; in apertura infatti, una didascalia funge da monito per la visione: "questo film è totalmente privo di dialoghi e sottotitoli". L'unico linguaggio (non)udibile, che è possibile cogliere, è quello tipico dei segni utilizzato dai sordomuti, ed è un linguaggio al quale non possiamo sottrarci e che con il procedere degli eventi diviene inevitabilmente comunicazione universale, proprio perchè ci investe assieme a quel silenzio disturbante, e al contempo disturbato esclusivamente dai sordi rumori di un amplesso, di uno schiaffo, di un raschiamento. È un'ovattamento destabilizzante, che ci ottunde i sensi fin dal preciso momento in cui seguiamo Sergey varcare (e rivarcare - immaginariamente? - nello spiazzante epilogo - uno dei migliori visti ultimamente) la soglia di quell'istituto in progressiva decadenza (estetica e morale); un'ambientazione che è la raggellante metafora del degrado, in un paese chiaramente segnato dalle cicatrici di un passato ancora oggi opprimente. E di fatto, sorretto oltremodo da una certa perfezione formale delle inquadrature che per stile, riconduce immediatamente al cinema di Cristian Mungiu, resterà emblematico quel lungo piano sequenza iniziale, dove il simbolico relitto di un auto bruciata, sembra giacere da tempo immemore accanto a una fermata degli autobus, nel pieno della sua funzionalità.

6 commenti:

  1. È recuperabile in qualche modo??

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Che io sappia ancora no. L'ho visto al Trieste Film Festival, che si è appena concluso.

      Elimina
  2. Hai trovato delle similitudini con mungiu? I like it. Specialmente quelle atmosfere claustrofobiche e di oppressione che compaiono quando la protagonista del PRimo lungometraggio cerca di disfarsi del feto in una notte di cosmopolitano degrado. Mi dispiace di non aver visionato questa pellicola insieme a te

    RispondiElimina
    Risposte
    1. L'atmosfera che Mungiu è riuscito a generare in quella scena è qualcosa che perdura nel tempo. Grandissimo film "4 Mesi..."!
      Anche a me spiace, sarà per una prossima proiezione, magari al cinemazero :)

      Elimina
  3. troppo bello, visto in antepirma al milano film festival mentre la gente abbandonava la sala in preda ai conati di vomito nell'ultimo quarto d'ora <3 *:*

    RispondiElimina
    Risposte
    1. In effetti il finale spiazza, ma se penso a quel qualcosa di analogo che accadeva all'inizio di "Irreversibile" di Gaspar Noè, forse mi sembra una reazione tantino esagerata. Anche perchè, come ho scritto, credo che nel complesso disturbi maggiormente il silenzio generalizzato del film, che non la rigidità di determinate sequenze.

      Elimina